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Egloghe



Egloghe
Tra le opere minori di Dante sono annoverate due egloghe, che servono di risposta ad altrettanti componimenti di Giovanni del Virgilio, professore di poesia classica allo Studio di Bologna e letterato appartenente alla cerchia classicheggiante padovana capeggiata da Albertino Mussato, nell'ambito di una "corrispondenza poetica", che deve essere esaminata nel suo insieme. All'inizio, circa, del 1319, mentre Dante è a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta e sta concludendo il Paradiso, Giovanni del Virgilio gli invia da Bologna un'epistola in esametri, esortandolo a scrivere in latino anziché in volgare, perché la sua alta poesia abbia giusta risonanza presso i dotti, e promettendogli di farsi lui banditore della sua fama. Dante risponde con un'egloga, dialogata, nella quale si mostra riluttante a recarsi a Bologna ed esprime la speranza di ricevere il lauro sulle rive dell'Arno. Replica Giovanni del Virgilio con un componimento di tono elegiaco, ma non dialogato, rinnovando l'invito. Nell'ultima missiva, un'egloga dialogata, databile alla fine del 1320, Dante si duole di non poter accettare, perché teme i pericoli che potrebbe incontrare a Bologna, mentre l'ospitalità di Guido Novello gli garantisce la pace necessaria alla sua creazione poetica.
Fedele al canone dell'imitazione dei classici, Dante con questi componimenti omaggia la sua fonte latina per eccellenza, Virgilio, ridando vita alla poesia pastorale, poi ripresa dal Petrarca e dal Boccaccio.
tratto da: Guido Martellotti, Egloghe, in "Enciclopedia Dantesca", II (1970), pp. 644-646
e: Rosetta Migliorini Fissi, Dante, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1979


Egloghe
Una tradizione manoscritta, che nelle linee essenziali risale al Boccaccio, ci ha tramandato due egloghe di Dante in risposta ad altrettanti componimenti di Giovanni del Virgilio, nell'ambito di una 'corrispondenza poetica', che vuol essere esaminata nel suo insieme. A principio, circa, del 1319, mentre Dante è a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta, Giovanni del Virgilio gl'invia da Bologna un'epistola in esametri, esortandolo a scrivere in latino anziché in volgare, perché la sua alta poesia abbia giusta risonanza presso i dotti, e promettendogli di farsi lui banditore della sua fama. Dante risponde con un'egloga, dialogata, nella quale si mostra riluttante a recarsi a Bologna ed esprime la speranza di ricevere il lauro sulle rive dell'Arno. Replica Giovanni del Virgilio con un componimento di tono elegiaco, ma non dialogato, rinnovando l'invito. Nell'ultima missiva, un'egloga dialogata, databile alla fine del 1320, Dante si duole di non poter accettare, perché teme i pericoli che potrebbe incontrare a Bologna, mentre l'ospitalità di Guido Novello gli garantisce la pace necessaria alla creazione poetica.
A determinare le date concorrono il fatto che Dante sia di stanza a Ravenna e alcuni accenni ad avvenimenti storici nell'epistola di Giovanni del Virgilio, che costituiscono un terminus a quo. Inoltre un accenno a questa corrispondenza è contenuto nell'egloga che Giovanni diresse, più tardi, al Mussato, e una postilla al v. 228 nel ms. laurenziano 29 8, di mano del Boccaccio, c'informa che Dante tardò un anno a scrivere l'ultima sua egloga, e che morì prima di averla spedita, sicché Giovanni l'ebbe dal figlio di lui.
L'importanza della corrispondenza è evidente. Dante si distoglie dall'alta poesia del Paradiso per dettare, in modo non indegno della sua arte, versi latini. Il problema da cui muove la corrispondenza non è nuovo per lui (si pensi alla difesa del volgare nel Convivio); ma qui l'attacco è portato da un rappresentante di quelle correnti preumanistiche che s'incentrano nel Mussato, e Dante, accettando la sfida, si cimenta in un'impresa umanistica, in diretta emulazione con Virgilio. Le sue egloghe segnano il ritorno di un genere letterario, il bucolico, che avrà, subito in Petrarca e Boccaccio e poi in tutto l'Umanesimo, singolare fortuna. Ci sono dunque nella 'corrispondenza' elementi anticipatori, che ben si addicono alla statura di Dante, ma che giustificano anche i dubbi, più di una volta affacciati, intorno alla sua autenticità. Sarà opportuno un esame più minuto dei testi.
I. "Pyeridum vox alma ...". È un'epistola di 51 esametri: Giovanni del Virgilio si rivolge a Dante con devota ammirazione, ma lo rimprovera di scrivere carmine laico, cioè in volgare, che è come gettar perle ai "cinghiali", e lo esorta a comporre poemi latini. Per questi poemi, gli propone, con allusioni più o meno allegoriche, quattro temi di storia contemporanea (Dante avrebbe dovuto dunque inserirsi in una tradizione epico-storica, che fu rigogliosa nel Medioevo e alla quale si riallaccia in qualche modo il Mussato): la spedizione di Enrico VII, la vittoria di Uguccione sui Fiorentini, quella di Cangrande sui Padovani e infine "Ligurum montes et classes Parthenopeas" (v. 29), dunque il cosiddetto assedio di Genova (luglio 1318 - febbraio 1319) che vide contrapposti Roberto di Napoli e i ghibellini di Marco Visconti. I quattro fatti storici sono enumerati in ordine cronologico e, almeno i primi tre, si prestano a una celebrazione di tendenza ghibellina. L'ultimo, l'assedio di Genova, che terminò in effetti con vantaggio per la Parte guelfa, è probabile non fosse ancora concluso, quando l'epistola fu scritta. Se Dante vorrà poetare in latino, continua Giovanni del Virgilio, acquisterà fama in tutto il mondo ed egli sarà lieto di presentarlo nei "ginnasi" coronato d'alloro. Spera comunque che il cigno canoro vorrà rispondere al "temerarius anser" che l'ha provocato. Il carme di Giovanni serve dunque ad aprire una specie di tenzone poetica: nulla in esso che si richiami alla poesia bucolica.
II. Vidimus in nigris... Esortato da Giovanni a scrivere in latino un poema, Dante rispose con un carme bucolico: fu indotto a ciò forse da un intento polemico, contrapponendo allo stile alto dell'epica quello umile dell'egloga; o vide nell'egloga il genere più consono allo stile di una 'tenzone'; o, raccogliendo la sfida, intese rispondere con un testo latino che avesse una sua dignità e completezza, nell'ambito di un genere ben definito. Tra i quattro componimenti che costituiscono la "corrispondenza" è questo forse il migliore per sobrietà ed equilibrio: è un'egloga di 68 esametri, vivacemente dialogata, le cui battute sono inserite in un breve tessuto narrativo e introdotte quasi sempre da forme verbali come dixit, inquam, ait. Questo il contenuto: Titiro (Dante) riceve la missiva di Mopso (Giovanni del Virgilio) mentre sta contando le pecore insieme a Melibeo. Dal commento del Laur. 29 8 apprendiamo che sotto questo nome si cela Dino Parini, fiorentino, esule insieme con Dante e suo amico, quello stesso che secondo il Boccaccio (Esposiz. viii esp. litt. 13) rivendicava a sé, in gara con Andrea di Lione Poggi, il merito di aver ritrovato i primi "sette canti" della Commedia. Titiro elude a lungo l'impaziente curiosità di Melibeo, che vorrebbe conoscere il tenore della missiva, finché si decide a dirgli che Mopso, alto e appassionato cultore delle Muse, lo invita alla fronda peneia. Non è ancora necessariamente un cenno alla coronazione, ma subito dopo, quando Melibeo gli chiede se la sua fronte resterà a lungo priva di onore (si ricordi che il Mussato fu coronato poeta nel 1315), Titiro esclama: "quanti belati nei colli e nel piano quando io, cinto il capo di verdi fronde, canterò il peana!"; e prosegue dicendo che teme di recarsi a Bologna e che meglio sarà per lui cingere la corona di lauro sulle rive del Sarno (cioè dell'Arno), quando la terza cantica sarà compiuta. "Purché Mopso lo consenta", aggiunge con qualche ironia, e a un'esclamazione meravigliata di Melibeo risponde spiegandogli che Mopso lo rimprovera di usare comica verba, che suonano anche sulla bocca di femminucce (cfr. Ep xiii 31 locutio vulgaris in qua et mulierculae communicant). Ma per convincere Mopso a ricredersi, Titiro ha pronto un rimedio: gli manderà dieci ciotole del latte di una sua ovis gratissima, che vive appartata da ogni gregge e spontaneamente si fa mungere. Sul senso di questi versi si è molto discusso: la spiegazione data dal Laur. 29 8, secondo cui l'ovis gratissima sarebbe la poesia bucolica, ha avuto tra i moderni pochi ma validi sostenitori (Novati, Marigo, Parodi, Zabughin e da ultimo, in diversa prospettiva, A. Rossi), discordi peraltro sul valore da attribuire ai decem vascula (promessa di scrivere effettivamente dieci egloghe; vago riferimento alle dieci egloghe virgiliane e ai "mala decem" di Virg. Ecl. iii 71, assunti a simbolo del genere bucolico). A sostegno di tale interpretazione sta il fatto che Giovanni del Virgilio, nell'egloga responsiva (iii 94-95), si proponga di contraccambiare con altrettanti vascula di latte (ché lo scambio di doni è d'obbligo tra cantori bucolici). Più largo credito ha avuto l'ipotesi che Dante intendesse inviare a Giovanni la copia di dieci canti del Paradiso, come saggio di quell'opera di cui si aspettava l'ambito riconoscimento. Si avrebbe qui un accenno a quella divulgazione parziale e progressiva del Paradiso che dovrebbe supporsi anche in base all'epistola a Cangrande (ma di cui non sembra resti traccia nella tradizione manoscritta).
III. "Forte sub inriguos...". È l'egloga di risposta di Giovanni del Virgilio, in 97 esametri. Mopso, udito il canto di Titiro, vuol provarsi anche lui nella poesia pastorale e gli risponde al suono della zampogna. Loda i suoi versi che fanno di lui un secondo Virgilio, lo compiange per la sua sorte di esule, lo invita nei suoi antri a Bologna, dove avrà liete accoglienze e discepoli devoti. Mentre Mopso canta, una sua vaccherella gli gira intorno: la mungerà per rendere a Titiro tanti vascula quanti egli ne ha promessi a lui; sebbene sia forse superbia donare latte a un pastore. Il componimento, colmo di nomi bucolici (Nisa, Alessi, Fillide, Coridone, Testili, Melibeo, Iolla), dipende quasi esclusivamente dalla seconda egloga di Virgilio, giacché l'invito che Mopso rivolge a Titiro si atteggia a quello che l'innamorato Coridone fa al giovane Alessi. Mopso è rusticus come Coridone, e come lui teme che i suoi doni non siano in grado di gareggiare con quelli di Iolla (nel caso di Dante, Guido Novello da Polenta). In Virgilio Coridone termina il suo dire con il proponimento, o la minaccia, di cercarsi un altro Alessi ("Invenies alium, si te hic fastidit, Alexim", ii 73): Giovanni del Virgilio, se disprezzato da Dante, si rivolgerà al Mussato (v. 88 "Me contempne: sitim frygio Musone levabo", mi disseterò alle acque del Musone, fiume padovano). La dipendenza dal modello virgiliano appare qui più stringente che nell'egloga dantesca. In complesso il componimento ha un certo movimento bucolico nel modo con cui il canto di Mopso s'inserisce nel racconto che gli fa da cornice; manca però un vero e proprio dialogo, com'è invece nelle due egloghe di Dante.
IV. Velleribus Colchis... È la replica di Dante alla precedente missiva, nello stesso numero di versi (97 esametri; e la coincidenza non sembra fortuita). Per fuggire alla calura meridiana Titiro e Alfesibeo (secondo il Laur. 29 8, il medico Fiducio de' Milotti) si rifugiano a conversare nella selva ombrosa: Alfesibeo si mostra stupito che Mopso abbia tanto affetto per gli orridi sassi dei ciclopi (Bologna). Giunge di corsa Melibeo (Dino Perini) e soffiando nella zampogna fa sentire i 97 versi di Mopso (tre soffi in più e sarebbero cento). Questa prima parte ha una sua delicatezza e gioiosità, per le risa con cui i vecchi pastori accolgono il giovane Melibeo, trafelato e ansante, e la descrizione del miracolo per cui dalle canne della zampogna, come già nel mito di Mida, escono parole articolate. Ma il discorso si fa serio, quando Alfesibeo scongiura Titiro, il "venerando vecchio", a non cedere all'invito di Mopso, a non disertare i pascoli noti; Titiro replica che Mopso, unito a lui nell'amore per le Muse, lo invita ai lidi etnei (Bologna), perché non conosce l'amenità dei pascoli in cui egli ora si trova (Ravenna); accetterebbe tuttavia se non avesse timore di Polifemo. Alfesibeo di rincalzo ricorda la crudeltà di Polifemo, la morte di Aci, le disavventure di Achemenide; per amore della laurea, Ritiro, quindi, non si lasci tentare a recarsi a Bologna, poiché un più alto premio gli si prepara altrove. Titiro sorride e ognuno dei pastori ritorna al suo gregge. Iolla, che ha udito tutto da un suo nascondiglio, ne dà conto a chi scrive e questi a Mopso. A che cosa voglia alludere Dante sotto il nome di Polifemo non è chiaro; il Laur. 29 8 non suggerisce nulla; i moderni hanno presentato varie ipotesi: i torbidi del 1321 che portarono alla cacciata di Romeo de' Pepoli e all'istituzione del gonfaloniere di giustizia; l'azione antighibellina di Giovanni XXII e di Roberto d'Angiò; l'esistenza in Bologna di un discendente di Venedico Caccianemico, giustamente irato contro Dante, e cosi via. Lo Zingarelli vide in Polifemo un simbolo generico di disordinata violenza; il Carducci suppose che si esprimesse qui da parte di Dante "una gelosia delicata della propria reputazione quasi dubitasse parer disertore della sua parte cedendo agli inviti d'una città guelfa". Disperati sembrano i tentativi di scoprire una precisa allegoria anche nella menzione di Aci e di Achemenide. Non sappiamo del resto quali potessero essere le opinioni dell'autore circa la necessità o meno di una precisa corrispondenza tra senso letterale e senso allegorico nella bucolica: già in Servio, a proposito di Virgilio, si fa cenno a due opposte tendenze interpretative, una più consequenziale e l'altra meno.
L'esame della corrispondenza, mostrando come essa si articoli in quattro componimenti così diversi tra loro, sembra attestare il formarsi occasionale di essa in quattro momenti successivi, contro l'ipotesi di una falsificazione; e del resto, una fitta rete di riferimenti la inserisce opportunamente nel tempo e nell'ambiente in cui si sarebbe formata. Messa da parte la lettura in chiave ironica (ironia contro i sostenitori del latino), che fu proposta dal Voigt e dal Gaspary e per la quale il Parodi mostra ancora qualche simpatia, la critica, a cominciare dal Carducci, si è diretta verso un'interpretazione psicologicamente più complessa, volta a stabilire le reazioni di Dante verso persone e cose dell'ambiente ravennate e bolognese (alcune persone come Dino Perini e Fiducio de' Milotti sono, almeno anagraficamente, individuabili). Studi minuti dei dati culturali, delle particolarità linguistiche e metriche sono stati promossi dall'ipotesi del Rossi, secondo cui la corrispondenza (e insieme l'egloga di Giovanni del Virgilio al Mussato) sarebbe una falsificazione del Boccaccio. Come la lettera a frate Ilaro, essa avrebbe l'intento di creare per Dante, contro le riserve del Petrarca, un prestigio di poeta latino. Ma alla luce di tale ipotesi la composizione della corrispondenza dovrebbe porsi a dopo il 1350: troppo tardi, sembra, anche in relazione con lo sviluppo dello stile bucolico presso il Boccaccio e gl'influssi che ebbe su di esso l'esempio del Petrarca.
Le egloghe di Dante ci restano in otto codici: a) Laurenziano 29 8, il cosiddetto "Zibaldone Laurenziano", autografo del Boccaccio: oltre all'intera corrispondenza esso contiene l'egloga di Giovanni del Virgilio al Mussato, altri componimenti minori di Giovanni del Virgilio (nonché l'egloga Argus del Petrarca): il testo è accompagnato da un commento, che può risalire in tutto o in parte al Boccaccio stesso; qualche variante al testo è segnata sui margini. b) Pal. lat. 3198 di Vienna, tardo collaterale del precedente. c) Estense lat. 676 (a x 2 16). d) Oratoriano MCF I 16 (x 16) di Napoli. e) Laurenziano 39 26. f) cod. di Kinzwart (Boemia occidentale), Bibl. del Castello 2 d 4 (ms. 1). g) di Siena, Bibl. Com. H VI 33. h) di Parigi, Bibl. naz., Nouv. Acq. lat. 650. L'Estense e l'Oratoriano, affini tra loro, traggono origine, secondo il Billanovich, dal codice che appartenne a Pietro da Moglio, il quale dopo il 1360 tenne, sulla corrispondenza, un corso universitario. Degli ultimi quattro codici, i primi due (Laur. 39 26; Kinzwart) non contengono l'epistola di Giovanni del Virgilio, gli altri (Siena, Parigi) contengono solo le due egloghe di Dante; tutti e quattro risalgono, più o meno direttamente, a una vasta silloge di poesia bucolica ordinata dal Boccaccio stesso, che si conservava un tempo, insieme con il Laur. 29 8, nella biblioteca di Santo Spirito.
La prima edizione si ebbe nei Carmina illustrium poetarum Italorum, I, Firenze 1719, 115 ss. (le due egloghe di Dante), XI, 1726, 362 ss. (l'egloga di Giovanni del Virgilio); seguirono l'edizione di I. Dionisotti (Aneddoti IV, Verona 1788), che si valse di una trascrizione del Laur. 29 8 fornitagli da A. M. Bandini, e molte altre che poco portarono alla retta costituzione del testo. Una svolta decisiva si ebbe all'inizio del secolo con l'ed. di P. H. Wicksteed e E. G. Gardner (Westminster 1902) e soprattutto con quella di G. Albini (Firenze 1903), importante anche dal punto di vista esegetico per la traduzione che l'accompagna e le note. L'ed. di Albini è fondamento di quella di E. Pistelli (Le opere di Dante, Firenze 1921, 455-463); molto discutibile l'ed. e trad. di E. Bolisani (Firenze 1963). Utilissima invece la ristampa dell'ed. dell'Albini, a cura di G. B. Pighi (univ. di Bologna. Studi pubbl. dall'Ist. di Filologia classica, XVIII, Bologna 1965) con l'aggiunta di qualche nota e di abbondante materiale critico. Il Pighi ha dato anche una sua traduzione in prosa, in "Convivio" XXXIV (1966) 318-338. Fra le traduzioni vanno ricordate le due tedesche di K. L. Kannegiesser (che accompagna l'ed. di K. Witte, Lipsia 1842) e di C. Krafft (Regensburg 1859).

tratto da: Guido Martellotti, Egloghe, in "Enciclopedia Dantesca", II (1970), pp. 644-646